Le Cinque Rose di Jennifer

di Annibale Ruccello, Regia Gabriele Russo

Jennifer è un travestito romantico che abita in un quartiere popolare della Napoli degli anni ‘80. Chiuso in casa per aspettare la telefonata di Franco, l’ingegnere di Genova di cui è innamorato, gli dedica continuamente Se perdo te di Patty Pravo alla radio che, intanto, trasmette frequenti aggiornamenti sul serial killer che in quelle ore uccide i travestiti del quartiere.

di Annibale Ruccello

con Daniele Russo e Sergio Del Prete

scene Lucia Imperato
costumi Chiara Aversano
disegno luci Salvatore Palladino
progetto Sonoro Alessio Foglia

regia Gabriele Russo

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

Jennifer è un travestito romantico che abita in un quartiere popolare della Napoli degli anni ‘80. Chiuso in casa per aspettare la telefonata di Franco, l’ingegnere di Genova di cui è innamorato, gli dedica continuamente Se perdo te di Patty Pravo alla radio che, intanto, trasmette frequenti aggiornamenti sul serial killer che in quelle ore uccide i travestiti del quartiere. Gabriele Russo affronta per la prima volta un testo di Ruccello – scegliendo il più simbolico, quello che nel 1980 impose il drammaturgo all’attenzione di pubblico e critica. Il regista ci preannuncia una messinscena dall’estetica potente, fedele al testo e, dunque, alle intenzioni dell’autore «ci atteniamo alle rigide regole e alle precise indicazioni che ci dà Ruccello stesso – racconta Russo – cercando di attraversare, analizzare, capire sera per sera, replica dopo replica un testo strutturalmente perfetto, che delinea un personaggio così pieno di vita che pare ribellarsi alla mano di una regia che vuole piegarlo alla propria personalissima visione. Non è un testo su cui sovrascrivere ma in cui scavare, per tirare fuori sottotesti, possibilità, suggestioni, dubbi». In scena, un inedito Daniele Russo, affiancato da Sergio Del Prete in un allestimento che restituirà tutta la malinconia del testo senza sacrificarne l’irresistibile umorismo.

Se ci si ferma a pensare, l’unica scelta sensata è quella di non azzardarsi a toccare un testo come Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello. È una pietra miliare del teatro, un testo che quanto più lo si legge e approfondisce tanto più ti penetra, ti entra nell’immaginario, si cristallizza nei pensieri e si deposita nell’inconscio. Anche solo dopo averlo letto (caso raro poiché sappiamo che “il teatro non si legge”) Jennifer smette di essere il personaggio di un testo teatrale per farsi carne e ossa, sangue e sentimenti. Una persona viva, sempre esistita. Qualcosa che ti appartiene, che è dentro di te, nei tuoi sentimenti, nella tua cultura, nei tuoi suoni, nel tuo immaginario. Qualcosa di ancestrale, di antico e moderno, che risuona tutti i giorni dentro di noi, su un palcoscenico, nei vicoli della città o nelle pagine di un libro. Jennifer è il diavolo e l’acqua santa. Eterna contraddizione. Paradigma dell’ambiguità napoletana.
Questa sensazione di appartenenza è quella che soltanto i personaggi dei grandi classici riescono a restituire, quelli che, come fantasmi, si aggirano quotidianamente nelle segrete di tutti i teatri, anche quando in scena si recitano testi contemporanei.
È un testo che è Napoli stessa e dunque punto di riferimento, mito e desiderio di tutta la Napoli teatrale che ne conosce le battute a memoria. È un testo che, come tutti i classici ma in modo forse ancor più radicale, vediamo anche attraverso quello che è già stato, nella voce e nei corpi di chi già lo ha interpretato, primo fra tutti Ruccello stesso. Questi elementi, però, sono anche quelli che ci spingono a rimetterlo in scena, ad accostarci al suo mito, al suo fantasma, con rispetto ma anche liberi da sovrastrutture, poiché apparteniamo alla generazione che non ha vissuto Ruccello negli anni in cui era in vita, non abbiamo vissuto il lutto della sua prematura scomparsa: pertanto, scriviamo su di noi attraverso di lui. Per farlo, ci atteniamo alle rigide regole e alle precise indicazioni che ci dà l’autore stesso, cercando di attraversare, analizzare, capire sera per sera, replica dopo replica un testo strutturalmente perfetto, che delinea un personaggio così pieno di vita che pare ribellarsi alla mano di una regia che vuole piegarlo alla propria personalissima visione. Non è un testo su cui sovrascrivere ma in cui scavare, per tirare fuori sottotesti, possibilità, suggestioni, dubbi. Ad esempio, Anna, il travestito che va a trovarla a casa, chi è? Una proiezione di Jennifer? Il suo inconscio? L’assassino del quartiere? Gli omicidi stanno accadendo realmente? Le telefonate sono vere o inventate? Quel che accade è vero o è tutto nell’immaginario di Jennifer? Ecco perché nella nostra messinscena Anna è presente sul palco tutto il tempo dello spettacolo, osserva Jennifer dall’esterno, si aggira come uno spettro intorno alla casa (l’isola) su cui Jennifer galleggia e vive la sua intimità. È il suo specchio. Queste domande, queste sospensioni sostengono l’atmosfera fra il thriller ed il noir tanto cara a Ruccello, che noi cercheremo di amplificare al fine di creare quella tensione che richiede un testo fatto di telefonate e attese. Un testo che “rimanda” a Pinter o a Beckett…Confesso di aver immaginato anche di metterlo in scena come Giorni Felici, con la sola testa di Jennifer che fuoriusciva da un telo che avrebbe rappresentato il Vesuvio. Ma poi… perché? I temi e i livelli di lettura non sono univoci, non possono essere ingabbiati ed intellettualizzati. Le cinque rose di Jennifer racconta di due travestiti napoletani ma racconta anche e soprattutto la solitudine, la solitudine che è il rovescio della medaglia della speranza che Jennifer mantiene dentro di sè fino alla fine e, dal mio punto di vista, oggi racconta con forza anche la condizione dell’emarginato, quella di chi si deve nascondere. Ecco perché in questa nostra messinscena Jennifer al suo ingresso in casa non vestirà panni che dichiarano la sua condizione femminile ma si nasconderà in abiti apparentemente maschili, trasformandosi solo nell’intimità casalinga, in cui è libera di essere o di provare a essere. La trasformazione è un tema centrale della nostra messinscena: il travestire più che il travestito, il che ci lega anche alla città ed ai mille modi in cui essa si “copre” e “agghinda”. Jennifer si traveste, come un attore, come Napoli. Jennifer si trasforma, come un attore, come Napoli. È fragile, come un attore, come Napoli. Prova, come un attore, non come Napoli, che non ci prova nemmeno.
L’estetica della messinscena, sarà nel segno del Kitsch, un aspetto che Ruccello tiene ad evidenziare fin dalle prime didascalie, che rimanda a uno stile e a un linguaggio specifici. Per spiegarmi meglio, prendo a prestito le parole di Kundera, secondo il quale «Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. […] Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.» è un mondo di sentimenti, dove vige la dittatura del cuore e, nel caso di Jennifer, la solitudine. Le restano solo gli oggetti e le fantasie a cui aggrapparsi per non sprofondare nel vuoto, nelle mancanze, nelle ansie, nelle angoscia. L’estetica del Kitsch è finzione, così Jennifer finge con gli altri e con se stessa fino alle estreme conseguenze, respinge dal proprio campo visivo ciò che è essenzialmente inaccettabile. In tal senso è una vera attrice, perché finge talmente bene da essere vera.

Gabriele Russo

26/12/2021 – 09/01/2022 Napoli – Teatro Bellini
08/02/2022 – 13/02/2022 Catania – Teatro Stabile, Sala Verga

FRONTE DEL PORTO
 

Dopo lo straordinario successo di Qualcuno volò sul nido del cuculo sul palco del Teatro Bellini prende vita un’altra “storia cinematografica”, quella di Fronte del porto. Stavolta Alessandro Gassmann dirige Daniele Russo e altri 10 attori in una riscrittura in cui Enrico Ianniello fonde le suggestioni del testo originale con quelle dei poliziotteschi napoletani degli anni ‘80. Assistiamo a una storia ambientata nella Napoli di 40 anni fa che gioca, dal punto di vista formale, con le musiche dei film, con i colori sgargianti della moda, con i riferimenti culturali di quegli anni in cui, dice Ianniello, «la città stava cambiando pelle nella sua organizzazione criminale, gli anni del terremoto, gli anni di Cutolo. Anni in cui il porto era sempre di più al centro di interessi diversi, legali e illegali». Sulla scena la storia prende vita tra la baraccopoli di Calata Marinella, la Chiesa del Carmine, il molo Bausan, la Darsena Granili e l’avveniristica Casa del Portuale di Aldo Rossi. Uno spettacolo che sarà capace di restituirci la forza della storia, facendoci immedesimare nelle intense e rabbiose relazioni tra i personaggi che la popolano, raccontate con la cifra inconfondibile di Alessandro Gassmann, che sottolinea: «Come già avvenuto per Qualcuno volò sul nido del cuculo, anche in questo caso la scelta è caduta su un testo ed una tematica che mi coinvolgono profondamente e che portano verso una ricerca di libertà faticosa. Ricostruiremo la vita del porto, le vite degli operai, i loro aguzzini, attaccandoci ai suoni, ai rumori, ai profumi ed alla lingua di questa città.»

13/11/2121 Sulmona – Teatro Maria Caniglia 
16/11/2021 – 21/11/2021 Milano – Teatro Elfo Puccini 
25/11/202 – 128/11/2021 Cesena – Teatro Bonci 
01/12/2021 – 05/12/2021 Genova – Teatro Ivo Chiesa 
09/12/2021 Foligno – Politeama Clarici 
10/12/2021 – 12/12/2021 Perugia – Teatro Morlacchi 
14/12/2021 – 19/12/2021 Palermo – Teatro Biondo 

LA RESA DEI CONTI

di Michele Santeramo, regia Peppino Mazzotta

Peppino Mazzotta cura la regia de La resa dei conti atto unico di Michele Santeramo. La pièce tocca questioni universali: di che pasta sono fatti gli uomini? Possono avere fiducia gli uni negli altri? Interrogativi senza risposta e senza tempo, nel dialogo tra due uomini sulla propria condizione, alla ricerca di una possibilità altra, un’occasione di salvezza. Entrambi sono in cerca di una forma di fede, che renda possibile credere che l’uomo può guarire l’uomo. «Ci devono essere momenti in cui quel che si è fatto – spiega Michele Santeramo a proposito del testo – non deve bastare a raccontare quel che si è diventati. Normalmente, il mondo nel quale viviamo, quello fatto di relazioni reali e virtuali, non ammette cambiamenti (…) Dovremmo poterci prendere tutti una rivincita sul passato, su quel che siamo stati, inventarci un personaggio, crederci prima noi e poi aspettare che qualcuno ci creda insieme a noi. Cambiare la vita se la vita non funziona. Per evitare che diventi una condanna».

IO, MAI NIENTE CON NESSUNO AVEVO FATTO

uno spettacolo di Vuccirìa Teatro

Dopo l’originalissimo Immacolata Concezione, Vuccirìa Teatro torna al Bellini con una pièce sull’amore. Da una parte c’è Giovanni, ingenuo e puro, la cui innocenza supera tutte le barriere dell’ignoranza di chi vive in un piccolo paese. Dall’altra c’è Rosaria, la cugina che vuole partire per il “continente” e seguire i propri sogni di libertà. E infine c’è Giuseppe, un insegnante di danza di cui Giovanni si innamora. I due cugini, sullo sfondo della Sicilia brutale e arcigna degli anni ’80, crescono insieme e giocano come fratelli per cancellare la solitudine familiare a cui si sentono destinati, fino a quando lo spettro dell’HIV interviene brutalmente nelle loro vite. Una drammaturgia a tre voci, carica di sensualità e colore che colpisce anche grazie alla forza viva di un dialetto pungente e dolce e di una recitazione autentica e carnale.

Notturno di donna con ospiti

con Arturo Cirillo
regia Mario Scandale

La prima tappa del nostro percorso su Ruccello è un lavoro originalissimo in cui vediamo in scena Arturo Cirillo insieme ad alcuni giovani attori diplomati dell’Accademia “Silvio D’Amico”, in un allestimento in forma di studio diretto da Mario Scandale che scava nelle pieghe di uno dei testi più dolenti e tormentati dell’autore stabiese riprendendone liberamente una versione precedente a quella definitiva.

di Annibale Ruccello

con Arturo Cirillo e con gli allievi diplomati dell’Accademia Silvio d’Amico Massimiliano Aceti, Giulia Trippetta, Giacomo Vigentini, Giulia Gallone, Simone Borrelli

voce del Padre Giovanni Ludeno; voce della Madre Antonella Romano
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Pasquale Mari

regia Mario Scandale

coproduzione Tieffe Teatro Milano, Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

La prima tappa del nostro percorso su Ruccello è un lavoro originalissimo in cui vediamo in scena Arturo Cirillo insieme ad alcuni giovani attori diplomati dell’Accademia “Silvio D’Amico”, in un allestimento in forma di studio diretto da Mario Scandale che scava nelle pieghe di uno dei testi più dolenti e tormentati dell’autore stabiese riprendendone liberamente una versione precedente a quella definitiva. Il giorno del compleanno di Adriana, che compie cinquant’anni, diventa lo scenario in cui prendono corpo e vita i desideri che si trasformano in sogno e poi in incubo. Visioni generate da una profonda solitudine. Le citazioni metateatrali si alternano alle visioni in cui l’Uomo, o meglio l’attore (Arturo Cirillo), si trasforma in Adriana e, senza travestimento, piomba in un sonno che può avere le caratteristiche della morte.

“L’allestimento rappresenta uno studio, realizzato per il saggio di diploma del regista Mario Scandale, su una versione non definitiva del testo “Notturno di donna con ospiti” di Annibale Ruccello. Per questo suo carattere sperimentale, sono presenti notevoli differenze di contenuto e di scrittura rispetto alla stesura originale dell’autore, in particolare nel finale e nella scelta di far interpretare a un attore il ruolo femminile di Adriana. La rappresentazione è stata comunque da me autorizzata, anche in considerazione del grande impegno profuso da tutta la compagnia, attori e tecnici, e in segno di gratitudine verso l’Accademia Nazionale d’ Arte Drammatica Silvio d’Amico per avere ospitato tra le sue realizzazioni un testo del compianto Annibale Ruccello”.
Carlo de Nonno

Durata 80 min.

Tango Glaciale

progetto, scene e regia Mario Martone
riallestimento a cura di Raffaele Di Florio e Anna Redi

Nel 1982 al Teatro Nuovo di Napoli debutta Tango Glaciale. La regia è di Mario Martone e in scena c’erano Andrea Renzi, Tomas Arana e Licia Maglietta, tutti esponenti di Falso Movimento, il collettivo di artisti che in quegli anni cambiava la storia della sperimentazione teatrale italiana. «Tango Glaciale – come spiega Martone in un’intervista – racconta l’attraversamento di una casa da parte dei suoi tre abitanti; dal salotto alla cucina, dal tetto al giardino, dalla piscina al bagno: un’avventura domestica che si trasforma continuamente proiettandosi nel tempo e nello spazio.

progetto, scene e regia Mario Martone
riallestimento a cura di Raffaele Di Florio e Anna Redi

elaborazioni videografiche Alessandro Papa
con Jozef Gjura, Giulia Odetto, Filippo Porro
interventi pittorici / design Lino Fiorito
ambientazioni grafiche / cartoons Daniele Bigliardo
parti cinematografiche / aiuto – regia Angelo Curti, Pasquale Mari
elaborazione della colonna sonora Daghi Rondanini
costumi Ernesto Esposito

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto

riallestimento nell’ambito del Progetto RIC.CI Reconstruction Italian Contemporary Choreography Anni Ottanta/Novanta (Ideazione e direzione artistica Marinella Guatterini)

in coproduzione con Fondazione Ravenna Manifestazioni

con il sostegno di Torinodanza festival | Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

in collaborazione con Amat – Associazione Marchigiana Attività Teatrali / Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee/ Fondazione Teatro Comunale di Ferrara /Teatro Pubblico Pugliese – Consorzio Regionale per le Arti e la Cultura / Fondazione Toscana Spettacolo onlus/ Fondazione Milano – Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi”

Nel 1982 al Teatro Nuovo di Napoli debutta Tango Glaciale. La regia è di Mario Martone e in scena c’erano Andrea Renzi, Tomas Arana e Licia Maglietta, tutti esponenti di Falso Movimento, il collettivo di artisti che in quegli anni cambiava la storia della sperimentazione teatrale italiana. «Tango Glaciale – come spiega Martone in un’intervista – racconta l’attraversamento di una casa da parte dei suoi tre abitanti; dal salotto alla cucina, dal tetto al giardino, dalla piscina al bagno: un’avventura domestica che si trasforma continuamente proiettandosi nel tempo e nello spazio. La meccanica visiva dello spettacolo è composta da un sistema di architetture di luce realizzato grazie al montaggio di filmati e diapositive, e permette allo spettacolo di svolgersi in dodici ambienti per dodici diverse scenografie, durante un’ora, alla media di un cambio di scena ogni cinque minuti. In questa griglia spaziale velocissima si svolge il lavoro degli attori. […] Congelato, compresso, tesissimo, lo spettacolo scoppiò la sera della prima, tra i vicoli di Napoli, dove si trovava il Teatro Nuovo e dove la gente s’era accalcata superando i muri di legno e cemento che chiudevano le strade (ancora adesso, a due anni dal terremoto), si sciolse tra gli applausi che erano nel cuore prima che nel cervello, e nelle nostre lacrime e nell’emozione di tanti». Oggi Martone riallestisce lo spettacolo e lo presenta al Piccolo Bellini, in un’operazione che, a distanza di trentacinque anni, conferma il carattere assolutamente rivoluzionario del progetto.

 

La Classe - Ritratto di uno di noi

uno spettacolo della Bellini Teatro Factory

La Classe, il progetto nato in seno alla Bellini Teatro Factory che ha affascinato pubblico e critica, arriva nella sala storica del Teatro Bellini. Qui osserveremo i quattordici allievi della Factory mentre preparano uno spettacolo su Anders Behring Breivik, l’attentatore norvegese che nel 2011 ha ucciso 77 connazionali

di Francesco Ferrara

con Andrea Liotti, Arianna Sorrentino, Chiara Celotto, Claudia D’Avanzo, Eleonora Longobardi, Luigi Adimari, Luigi Leone, Manuel Severino, Maria Francesca Duilio, Michele Ferrantino, Rosita Chiodero, Salvatore Cutrì, Salvatore Nicolella, Simone Mazzella
aiuto regia Salvatore Scotto D’Apollonia

regia Gabriele Russo

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

La Classe, il progetto nato in seno alla Bellini Teatro Factory che ha affascinato pubblico e critica, arriva nella sala storica del Teatro Bellini. Qui osserveremo i quattordici allievi della Factory mentre preparano uno spettacolo su Anders Behring Breivik, l’attentatore norvegese che nel 2011 ha ucciso 77 connazionali. Spiamo le prove dei giovani attori, ne origliamo le discussioni, ridiamo della loro leggerezza e li seguiamo mentre cercano di trattare un argomento oscuro e indecifrabile quale è il delirio di un uomo responsabile di un massacro. Li osserviamo, dunque, mentre portano in scena loro stessi e non un personaggio, in un continuo cortocircuito tra realtà e finzione.

Replica del 24 giugno a Palazzo Reale – Cortile delle Carrozze per il Napoli Teatro Festival

Ph Guglielmo Verrienti

Wet Floor

drammaturgia Fabio Pisano
regia Lello Serao

Con Wet floor Fabio Pisano, parte da una storia per sollevare due domande: di cosa si ha bisogno, oggi? Di conoscere la realtà o la verità?
Riflessioni nate a partire da come si gestisce l’informazione e il giornalismo di oggi. “Arrivare primi. Non conta la verità”. Realtà e verità nel mondo contemporaneo sono concetti molto distanti”.

di Fabio Pisano

con Antimo Casertano Fabio Cocifoglia

regia Lello Serao

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

Con Wet floor Fabio Pisano, parte da una storia per sollevare due domande: di cosa si ha bisogno, oggi? Di conoscere la realtà o la verità?
Riflessioni nate a partire da come si gestisce l’informazione e il giornalismo di oggi. “Arrivare primi. Non conta la verità”. Realtà e verità nel mondo contemporaneo sono concetti molto distanti”.
Nella società odierna i due concetti, a causa della sovrapposizione del mondo reale con quello social, più rapido e più “vacuo” portano a una sovrapposizione e a un continuo corto-circuito che, ribaltando il piano “necessario”, rende indispensabile una scelta. La conclusione, però, è che ogni scelta impone il sacrificio di una parte di sé.

Durata 70min.

Celeste

uno spettacolo di Liberaimago

Celeste di Porto, detta la “Pantera nera”, era un’ebrea del ghetto romano. Non si sa molto di lei, ma dalle cronache del tempo emerge una storia spietata: una bellissima ragazza di diciotto anni che, dopo il rastrellamento del ghetto da parte dei tedeschi, diventa una delatrice. Caduto il regime, si trasferì a Napoli. Scelse un nuovo nome, Stella Martinelli, prostituta in un bordello.

Testo e regia Fabio Pisano

con Francesca Borriero, Roberto Ingenito, Claudio Boschi

costumi Rosario Martone
luci Paco Summonte
suggestioni sonore live Francesco Santagata

uno spettacolo di Liberaimago

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

Celeste di Porto, detta la “Pantera nera”, era un’ebrea del ghetto romano. Non si sa molto di lei, ma dalle cronache del tempo emerge una storia spietata: una bellissima ragazza di diciotto anni che, dopo il rastrellamento del ghetto da parte dei tedeschi, diventa una delatrice. Caduto il regime, si trasferì a Napoli. Scelse un nuovo nome, Stella Martinelli, prostituta in un bordello. Un giorno tre ebrei la riconobbero e la denunciarono. Fu portata a Roma, in carcere. Evase e fu ripresa, dovette affrontare il processo. Condannata, uscì nel 1950, tra condoni e amnistie. In quegli anni di detenzione, si disse che ebbe una crisi mistica… Fabio Pisano porta in scena le azioni commesse da Celeste contro la sua gente, sforzandosi di immaginarne – o inventarne – il perché. Senza alcuna pretesa di assolverla, ma con l’urgenza di narrare.

 

Hamletmachine

di Heiner Müller

Hamletmachine, tra i testi più noti di Heiner Müller, ispirato all’opera di William Shakespeare, diventa – nelle mani di Sergio Sivori – uno sconcertante e sadico gioco teatrale, che indaga con crudo cinismo filosofico l’anatomia delle passioni umane. In scena, Rino Di Martino, interpreta il gioco e ci restituisce frammenti del mistero indecifrabile dell’animo umano e delle sue passioni.

di Heiner Müller

ideazione, regia e spazio scenico Sergio Sivori

con Rino Di Martino

costumi Chiara Aversano
luci Salvatore Palladino

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

Hamletmachine, tra i testi più noti di Heiner Müller, ispirato all’opera di William Shakespeare, diventa – nelle mani di Sergio Sivori – uno sconcertante e sadico gioco teatrale, che indaga con crudo cinismo filosofico l’anatomia delle passioni umane. In scena, Rino Di Martino, interpreta il gioco e ci restituisce frammenti del mistero indecifrabile dell’animo umano e delle sue passioni. Alla fine siamo tutti pedine instabili, tra pulsioni di vita e di morte. Il tempo acquista una dimensione di pathos immobile e spasmodico. Il corpo e l’anima sembrano essere fatti della stessa materia, esposta alla corruzione del peccato e di questo tempo dilatato. Destinati alla stessa putrefazione della carne, senza possibilità di redenzione.

Ferrovecchio

drammaturgia e regia di Rino Marino

In una Sicilia d’altri tempi, in una sala da barba dimenticata, due individui ai margini dell’umanità corrente si incontrano e scontrano tra reciproco rifiuto e disperata urgenza di comunicazione. Un vagabondo che trascorre sentieri interminabili, lontano da ogni alito di vita, senza tempo né meta, a cavallo di una carcassa di bicicletta, per scacciare i fantasmi del passato.

di Rino Marino

con Fabrizio Ferracane e Rino Marino

scene e costumi Rino Marino
disegno luci Luigi Biondi

regia Rino Marino

uno spettacolo della Compagnia Marino-Ferracane

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

In una Sicilia d’altri tempi, in una sala da barba dimenticata, due individui ai margini dell’umanità corrente si incontrano e scontrano tra reciproco rifiuto e disperata urgenza di comunicazione. Un vagabondo che trascorre sentieri interminabili, lontano da ogni alito di vita, senza tempo né meta, a cavallo di una carcassa di bicicletta, per scacciare i fantasmi del passato. Un barbiere ridotto alla rovina e stigmatizzato dal mondo degli uomini.
Una recitazione che restituisce la parola nella sua crudezza,  in un’alternanza di ritmi serrati e dilatazioni temporali, fedele a una partitura linguistico-fonetica, tesa all’esaltazione della straordinaria musicalità del dialetto siciliano.
Ferrovecchio – Menzione speciale della critica e Premio giuria popolare CTE Premio Dante Cappelletti alle arti sceniche, settima edizione – è il primo dei testi rappresentati dalla Compagnia Marino-Ferracane, compreso nella Tetralogia del dissenno, antologia di testi di Rino Marino, pubblicata da Editoria e Spettacolo.
Fabrizio Ferracane ha vinto il Nastro D’argento come miglior attore non protagonista per Il traditore di Marco Bellocchio.

Durata 70min.

Ferrovecchio

di Antonio Tarantino regia Gianluca Merolli

Tra i testi più potenti e misteriosi di Antonio Tarantino (Premio Ubu 2017 – alla carriera) Stranieri racconta di un uomo, barricato nella sua casa e nella sua solitudine. Fuori, bussano alla porta: sono la moglie e il figlio, due stranieri.

di Antonio Tarantino

con Francesco Biscione, Paola Sambo e Gianluca Merolli

scene Paola Castrignanò
costumi Domitilla Giuliano
musiche Luca Longobardi
luci Pietro Sperduti

regia Gianluca Merolli

coproduzione Andrea Schiavo | H501, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

Tra i testi più potenti e misteriosi di Antonio Tarantino (Premio Ubu 2017 – alla carriera) Stranieri racconta di un uomo, barricato nella sua casa e nella sua solitudine. Fuori, bussano alla porta: sono la moglie e il figlio, due stranieri. Vengono da un altro paese, quello dei morti, sono tornati per accompagnarlo nell’ultimo ballo. Barricato in casa, l’uomo anziano, difende la sua vita che crede fatta di buone azioni e di conti con le malefatte.
I due fantasmi, nonostante stiano alla porta con gentilezza e discrezione, ricevono dall’uomo solo insulti e minacce e gli rispondono con pazienza. Anche se la porta non verrà aperta, saranno le pareti a diventare evanescenti, cancellando ogni confine tra dentro e fuori. I ricordi familiari emergono da un silenzio nero come il buio, dove è più facile riconoscere l’altro come un estraneo e non come nostro caro. Fuori piove.

Dignità Autonome di Prostituzione

uno spettacolo di Luciano Melchionna

12 anni, 43 edizioni, 400 repliche, più di 300 attori, attrici, musicisti (dai 25 ai 50 ogni sera) e oltre 500.000 spettatori/clienti. Questi i numeri di Dignità Autonome di Prostituzione lo spettacolo ideato nel 2007 da Luciano Melchionna che ha scardinato le convenzioni classiche del teatro e che oggi torna a grandissima richiesta in un’inusuale edizione primaverile

uno spettacolo di Luciano Melchionna

dal format di Betta Cianchini e Luciano Melchionna

regia Luciano Melchionna

coproduzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

12 anni, 43 edizioni, 400 repliche, più di 300 attori, attrici, musicisti (dai 25 ai 50 ogni sera) e oltre 500.000 spettatori/clienti. Questi i numeri di Dignità Autonome di Prostituzione lo spettacolo ideato nel 2007 da Luciano Melchionna che ha scardinato le convenzioni classiche del teatro e che oggi torna a grandissima richiesta in un’inusuale edizione primaverile. Per oltre 15 giorni il Bellini si trasformerà in una Casa chiusa dell’Arte, illuminato da luci rosse e abitato da attori in vestaglia o giacca da camera che – come cortigiane – sono alla mercè dello spettatore. Basta varcare la soglia del foyer, per accedere a una dimensione parallela, onirica e metaforica, nella quale gli attori adescano e si lasciano adescare dai clienti/spettatori che, muniti del denaro locale – i dollarini – contrattano il prezzo delle singole prestazioni con una “Strana Famiglia” tenutaria della Casa. Conclusa la trattativa, lo spettarore/cliente potrà appartarsi con l’attore/cortigiana che lo condurrà negli angoli più remoti del Teatro, generalemtne inaccessibili, per godere della “prestazione”. Ma in cosa consiste la prestazione? Brevi monologhi o performance del teatro classico e contemporaneo, da Pirandello a Pasolini, da Shakespeare a Hugo da Dostoevskij a Papini, per lo più scritti o riscritti dallo stesso Melchionna, “piccole pillole di piacere”, capaci di offrire allo spettatore “uno stupore nuovamente sollecitato”.

 

David

uno spettacolo di Vuccirìa Teatro

Dopo Io mai niente con nessuno avevo fatto e Immacolata Concezione — spettacolo che quest’anno, a grande richiesta, tornerà al Piccolo Bellini — finalmente in scena al Bellini l’ultimo lavoro di Vùcciria Teatro: David, una storia dalla forte valenza simbolica e dall’estetica raffinata che la compagnia ha presentato in prima assoluta nell’ambito del Napoli Teatro Festival 2020. «Sangue mio! Fratello mio! Lo vedi? Finalmente mi vedi? Questa mia preghiera per te, tu per sempre la porterai con te, fino a quando di te non resterà solo un buco, un solco profondo che dal tuo cuore getterà via tutto il sangue. E per questo tu mi amerai all’infinito.

drammaturgia e regia Joele Anastasi

con Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano, Eugenio Papalia, Enrico Sortino

aiuto regia Giuseppe Cardaci, Enrico Sortino
set designer Giulio Villaggio
light-designer Martin Emanuel Palma
foto Dalila Romeo
video Giuseppe Cardaci
coreografia Fertango
scenotecnica Alovisi

uno spettacolo di Vuccirìa Teatro

Produzione Fondazione Teatro Di Napoli – Teatro Bellini

Dopo Io mai niente con nessuno avevo fatto e Immacolata Concezione — spettacolo che quest’anno, a grande richiesta, tornerà al Piccolo Bellini — finalmente in scena al Bellini l’ultimo lavoro di Vùcciria Teatro: David, una storia dalla forte valenza simbolica e dall’estetica raffinata che la compagnia ha presentato in prima assoluta nell’ambito del Napoli Teatro Festival 2020. «Sangue mio! Fratello mio! Lo vedi? Finalmente mi vedi? Questa mia preghiera per te, tu per sempre la porterai con te, fino a quando di te non resterà solo un buco, un solco profondo che dal tuo cuore getterà via tutto il sangue. E per questo tu mi amerai all’infinito. E mai più questa nostra carne potrà dividerci e senza timore, io sarò in te. Come il mare che si specchia nei tuoi occhi. Senza paura ci ricorderemo della nostra promessa e di quando noi abbiamo unito il tempo. Perché io sono te. Perché tu, sei me. Vieni qua, fratello mio. Vieni da me. Stiamo nascendo un’altra volta, sangue mio. Come il mare che si specchia nei nostri occhi». È con queste parole che Joele Anastasi racconta la genesi di David, uno spettacolo che nasce dalla sua storia personale, attraversando un doppio piano espressivo. Il lavoro si configura in primo luogo come la rappresentazione ideale e artistica di un fratello, ma soprattutto è simbolo di una grande assenza. Attraverso le vicende di una famiglia che ha cristallizzato la presenza di un posto vuoto ad una tavola in un’ingombrante icona, David si converte in un rito che incarna un atto iconoclasta, liquefacendosi in materia.


Durata 80 minuti

Il colloquio

uno spettacolo di collettivo lunAzione

l Colloquio prende ispirazione dal sistema di ammissione ai colloqui periodici con i detenuti presso il carcere di Poggioreale, Napoli.
In scena, tra tanti altri in coda, troviamo tre donne che attendono stancamente l’inizio degli incontri con i detenuti.

progetto e regia Eduardo Di Pietro

con Renato Bisogni, Alessandro Errico, Marco Montecatino

aiuto regia Cecilia Lupoli
costumi Federica Del Gaudio
organizzazione Martina Di Leva

residenza per artisti nei territori – Teatro Due Mondi, Faenza

produzione Collettivo LunAzione

In scena, tra tanti altri in coda, troviamo tre donne che attendono stancamente l’inizio degli incontri con i detenuti. Portano oggetti da recapitare all’interno, una di loro è incinta: in maniera differente desiderano l’accesso al luogo che per ognuna custodisce un legame. La galera, un luogo alieno, in larga parte ignoto ed oscuro, si rivela un riferimento quasi naturale, oggetto intermittente di desiderio e, paradossalmente, sede di libertà surrogata. In qualche modo la reclusione viene condivisa all’esterno dai condannati e per le tre donne, che se ne fanno carico, coincide con la stessa esistenza: i ruoli maschili si sovrappongono alle vite di ciascuna, ripercuotendosi fisicamente sul corpo, sui comportamenti, sulle attività, sulla psiche. Nella loro realtà, la detenzione è una fatalità vicina – come la morte, – che deturpa l’animo di chi resta. Pare assodato che la pena sia inutile o ingiusta. Tra scontri e avvicinamenti drammatici e in una dinamica dai picchi comici irresistibili, lo spettacolo ci dà la misura di quanto, per ognuna delle tre donne, il carcere sia una fatalità vicina, come la morte, che ne deturpa l’anima. Il Collettivo LunAzione, già semifinalista per il Premio Scenario 2017 con AVE, con Il Colloquio vince il Premio Scenario Periferie 2019, è finalista a In-Box 2021 e ha vinto al Premio Fersen alla regia nel 2021.

 

Durata 60 minuti

 

Take Four

4 spettacoli della Bellini Teatro Factory

Al traguardo del triennio di formazione, gli allievi della Bellini Teatro Factory presentano al pubblico un progetto allargato formato da 4 titoli: Look Like, Le supplici Certe vite, Il tempo orizzontale. I quattro spettacoli esprimono, su più registri, il talento e le competenze acquisite dal gruppo di giovani attori nel percorso triennale. E, alla luce di quattro diverse ‘messe in prova’, possiamo considerarli a tutti gli effetti, una compagnia di giovani professionisti.

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

Al traguardo del triennio di formazione, gli allievi della Bellini Teatro Factory presentano al pubblico un progetto allargato formato da 4 titoli: Look Like, Le supplici Certe viteIl tempo orizzontale. I quattro spettacoli esprimono, su più registri, il talento e le competenze acquisite dal gruppo di giovani attori nel percorso triennale. E, alla luce di quattro diverse ‘messe in prova’, possiamo considerarli a tutti gli effetti, una compagnia di giovani professionisti.

12 e 13 novembre
Le supplici
da Eschilo
traduzione, scrittura e regia  Savatore Scotto D’Apollonia
con Luigi Adimari, Claudia D’avanzo, Mariafrancesca Duilio, Andrea Liotti, Eleonora Longobardi, Savatore Scotto D’Apollonia, Arianna Sorrentino
percussioni Ivo Mancino
disegno luci Maurizio Di Maio
scene Mariateresa D’Alessio, Enzo Aquilone, Michele Lubrano
costumi Carlo Siviero
trucco Isabella Lubrano
Si ringrazia lo spazio liberato Ex-Opg Je sò Pazzo
La storia di un gruppo di donne che si ribella all’usanza che le vuole mogli e schiave contro la loro volontà. Scappano dalla propria terra per andare a chiedere riparo e ospitalità in una terra diversa, i cui abitanti si trovano a dover prendere una decisione: sono combattuti tra il dovere dell’accoglienza dovuta a chi supplica e il timore di una guerra che sarà inevitabile se daranno asilo alle rifugiate.

15, 16 e 17 novembre
Certe vite
di e con Luigi Adimari, Michele Ferrantino, Luigi Leone, Salvatore Nicolella
direzione musicale Carlo Vannini
disegno luci Maurizio Di Maio
progetto sonoro Alessio Foglia
drammaturgia e regia Rosa Masciopinto
Quattro composizioni per la scena create da altrettanti allievi durante i laboratori di questo ultimo anno. Quattro corti teatrali che raccontano di vite completamente diverse e lontane fra loro, ma contenute in un unico format: ogni vita è una storia? Cercando le risposte, il quartetto diventa duo e trio di narratori ispirati dalla musica di Rino Gaetano, che di storie di vita è stato esperto e poeta.

19 e 20 novembre
Look Like
di Francesco Ferrara
con Chiara Celotto, Rosita Chiodero Salvatore Cutrì, Simone Mazzella, Manuel Severino
disegno luci Maurizio Di Maio
progetto sonoro Alessio Foglia
regia Salvatore Cutrì
È un lavoro che parla della fragile identità degli adolescenti che cercano loro stessi divincolandosi nella giungla dei messaggi che sottolineano la spasmodica importanza dell’apparire. Chiara è un’adolescente che vuole essere bella. Ma non bella come tutte le altre ragazze, vuole essere perfetta, di quella perfezione che conduce al successo. La protagonista di Look Like attraversa il mondo sentendosi perennemente osservata, scansionata e, dunque, rappresentata, dagli occhi di chi incontra. Per questo decide di sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica. Ma dopo? Cosa resta di Chiara e dei suoi diciotto anni?

 

22, 23 e 24 novembre
Il tempo orizzontale
di Francesco Ferrara
con gli attori della Bellini Teatro Factory
costumi Chiara Aversano
scene Lucia Imperato
disegno luci Marco Ghidelli
progetto sonoro Alessio Foglia
aiuto regia Salvatore Scotto D’Apollonia
regia Gabriele Russo
In scena, tredici piloti impegnati in una surreale gara automobilistica. Come in una vera corsa i piloti lottano per ottenere una posizione migliore, guadagnano o perdono decimi di secondo, a turno si prendono la testa della classifica. Ma la gara impone anche un ritmo estenuante al quale non possono sottrarsi, il rischio altrimenti è di ritrovarsi tra le ultime posizioni. Una metafora dinamica e a tratti scanzonata della nostra società, sempre più competitiva e veloce, in cui a tutti è richiesto di essere estrememente performanti. Anche a chi avrebbe bisogno di fermarsi.

 *I quattro titoli che formano il progetto valgono come un unico spettacolo in abbonamento.

 

 

 

Con il patrocinio e il contributo della Città Metropolitana di Napoli   

 

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