Dal 20 novembre Al 01 dicembre

La morte a Venezia. Libera interpretazione di un dialogo tra sguardi

drammaturgia e regia di Liv Ferracchiati
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  • Crediti:

    LA MORTE A VENEZIA
    libera interpretazione di un dialogo tra sguardi

    ispirato a La morte a Venezia di Thomas Mann
    drammaturgia e regia di Liv Ferracchiati

    con Liv Ferracchiati e Alice Raffaelli

    movimento Alice Raffaelli
    dramaturg Michele De Vita Conti
    aiuto regia Anna Zanetti / Piera Mungiguerra
    assistente alla drammaturgia Eliana Rotella
    scene Giuseppe Stellato
    costumi Lucia Menegazzo
    luci Emiliano Austeri
    suono spallarossa

    voce di Tadzio Weronika Młódzik

    consulenza letteraria Marco Castellari

    produzione Spoleto Festival dei Due Mondi / MARCHE TEATRO / TSU Teatro Stabile dell’Umbria / Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
    in collaborazione con Fondazione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa

Una macchina fotografica su un treppiede al limitare delle onde e uno scrittore che muore su una spiaggia per aver mangiato delle fragole contaminate dal colera, simbolo dell’inesplorato che c’è in ognuno di noi.
Non un adattamento teatrale de La Morte a Venezia, ma un percorso scenico liberamente ispirato al romanzo che combina tre diversi linguaggi: parola, danza e video.
Distaccandosi dal tema dell’omoerotismo e della differenza d’etá, rimane l’incontro a Venezia tra Gustav Von Aschenbach e Tadzio, rimane la morte.
Due sconosciuti che vivono ciò che Mann riassume così: “Nulla esiste di più singolare, di più scabroso, che il rapporto fra persone che si conoscano solo attraverso lo sguardo”.
Il tentativo è di avvicinare questi due personaggi a noi e, allo stesso tempo, di raccontare la fatica di scrivere e di come questa fatica, alla fine, sia squarciata da momenti rari, bellissimi e terribili, fatti di incontri con altri esseri umani.
Ironicamente, terzo personaggio è la Parola, che prima cerca un’armonia in una forma cristallizzata e poi si libera, si concretizza, si accende, ritrova una sua forma estrosa, per quanto ridicola e vana di fronte all’irraccontabile. 

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